GUCCI


 

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La qualità resterà per molto tempo dopo che ci si sarà scordati del prezzo “ 

 

Gucci advertising, Sassaiola Fiorentina, April 8th 1922Gli anni ’20

Nel 1921, Guccio Gucci fonda un’azienda specializzata in prodotti in pelle e un piccolo negozio di valigeria nella nativa Firenze. Anche se la sua visione del marchio trae ispirazione da Londra e dal gusto raffinato della nobiltà inglese che aveva potuto conoscere quando lavorava all’Hotel Savoy, il suo obiettivo al ritorno in patria è unire questa elegante sensibilità alla maestria unica della natia Italia. In particolare, alla maestria degli artigiani toscani

 

wg_history_1930_web_2columnGli anni ’30

In pochi anni, il marchio ottiene un tale successo che i sofisticati clienti di livello internazionale in vacanza a Firenze affollano la bottega Gucci in cerca delle collezioni di borse, bauli, guanti, scarpe e cinture ispirate al mondo equestre. Molti dei clienti italiani di Guccio sono aristocratici del luogo con l’hobby dell’ippica e le loro richieste di abbigliamento da equitazione spingono Gucci a sviluppare la sua esclusiva icona del morsetto: un simbolo intramontabile della casa di moda e della sua estetica sempre più innovativa.

 

Gucci workshop, Florence, 1940sGli anni ’40

Trovatosi ad affrontare la carenza di materiali provenienti dall’estero durante i difficili anni della dittatura fascista in Italia, Gucci comincia a sperimentare materiali atipici per il lusso, come canapa, lino e iuta. Una delle più geniali innovazioni dei suoi artigiani è brunire delle canne per creare il manico della nuova Borsa Bamboo, la cui curvatura laterale è ispirata alla forma della sella. Ingegnoso esempio del motto “la necessità è la madre delle invenzioni”, la Borsa Bamboo diviene la prima di molti prodotti simbolo di Gucci. Amatissima da nobili e celebrità, la borsa con il manico brunito è un prodotto molto ricercato ancora oggi.

004Gli anni ’50

Negli anni ’50, Gucci trova ancora ispirazione nel mondo equestre con il suo inconfondibile nastro a trama verde-rosso-verde, che riprende il tradizionale sottopancia della sella. Il nastro ottiene un successo immediato e diventa un marchio di fabbrica immediatamente riconoscibile. Con l’apertura di negozi a Milano e New York, Gucci comincia a costruire la sua presenza globale come simbolo del lusso moderno.
Alla scomparsa di Guccio Gucci nel 1953, i suoi figli Aldo, Vasco, Ugo e Rodolfo ereditano l’attività.

Gucci advertising, 1960sGli anni ’60

I prodotti Gucci si affermano rapidamente per il design senza tempo e sono amati da star del cinema e personalità note per la loro eleganza nel mondo del jet set. Jackie Kennedy indossa la borsa a tracolla Gucci, oggi conosciuta come Jackie O. Liz Taylor, Peter Sellers e Samuel Beckett sfoggiano la borsa Hobo, non strutturata e unisex. Il classico mocassino Gucci con il dettaglio del morsetto entra a far parte della collezione permanente dell’Istituto del Costume del Metropolitan Museum of Art di New York. Gucci risponde ad una richiesta personale di Grace Kelly con la creazione dell’ora famosa sciarpa in seta a motivi Flora per la principessa di Monaco.

A metà degli anni ’60, Gucci adotta il leggendario logo con le due G incrociate, creando un altro simbolo del fascino Gucci.

Gucci continua ad espandersi all’estero aprendo negozi a Londra, Palm Beach, Parigi e Beverly Hills.

Harper's Bazaar, December 1970sGli anni ’70

Gucci prosegue la sua espansione globale e realizza le originali aspirazioni di Aldo, puntando all’Estremo Oriente. Vengono aperti punti vendita a Tokyo e Hong Kong. La società sviluppa le sue prime collezioni prêt-à-porter, che comprendono le camicie stampate con il motivo GG o le giacche con il medesimo logo sui bottoni e con guarnizioni di pelliccia.

Il marchio diventa famoso per la sua combinazione unica di audacia innovativa e leggendaria qualità e artigianalità italiana. Le icone Gucci vengono reinventate in nuove forme e colori – marchiando la pelle con il logo GG – usando materiali sempre più di lusso, per esempio nei giacconi di coccodrillo per bambini con fermagli in argento a forma di testa di serpente.

Nel 1977, la sua notorietà a Beverly Hills viene rinnovata grazie ad una Gucci Gallery privata, dove alcuni VIP privilegiati come Rita Hayworth e Michael Caine possono dare un’occhiata a borse da 10.000 dollari con catenella rimovibile in oro e diamanti o a copriletti in volpe platinata.

Gucci Rome store, 1980sGli anni ’80

Nel 1981, Gucci organizza la sua prima sfilata di moda a Firenze.

Nel 1982, Gucci diventa una società per azioni, la cui guida passa al figlio di Rodolfo, Maurizio Gucci, che detiene il 50% delle azioni. Nel 1987, Investcorp, una società d’investimento con sede nel Bahrein, comincia ad acquisire Gucci, completando l’acquisto di tutte le azioni societarie all’inizio degli anni ’90.

Advertising, 1990Gli anni ’90

Gucci ritrova la sua notorietà mondiale grazie alla straordinaria unione di tradizione e innovazione. Nel 1994, Tom Ford diventa direttore creativo di Gucci ed infonde nel marchio di lusso uno spirito audace e provocatorio che viene apprezzato dalle celebrità e dal mondo della moda. I tacchi a spillo e gli abiti in jersey di seta con inserti a vista e dettagli in metallo diventano immediatamente icone dell’inconfondibile stile glamour di Ford.

Nel 1995, Domenico De Sole viene nominato Amministratore Delegato e Gucci compie la grande trasformazione, diventando definitivamente una società quotata in borsa. Gucci viene nominata “Società europea del 1998″ dalla Federazione della Stampa Economica Europea per le sue performance economiche e finanziarie, per la sua visione strategica e per la qualità

Frida portrait_courtesy of Mert Alas & Marcus PiggottGli anni 2000

Gucci ha raggiunto uno straordinario successo mondiale ed è considerato uno dei marchi di lusso più desiderati al mondo (Nielsen company, 2007). Frida Giannini, già Direttore Creativo degli accessori, nel 2006 viene nominata unico Direttore Creativo. Studiando la ricca tradizione di Gucci e la sua incomparabile capacità artigianale, Frida ha dato vita ad una visione unica per Gucci, che coniuga passato e presente, storia e modernità. Le icone più note delle casa vengono reinventate in un nuovo stile: tra di esse Flora, La Pelle Guccissima, la New Jackie e la Nuova Bamboo, e la vocazione per l’innovazione della casa accelera sotto la guida di Frida Giannini.

della sua gestione. Nel 1999, Gucci stringe un’alleanza strategica con Pinault-Printemps-Redoute, passando da società ad unico marchio a gruppo di prodotti di lusso multibrand.

storia 20102010

Gucci continua nel rafforzamento dei valori sui quali ha costruito la propria reputazione in quasi 90 anni di storia: esclusività, qualità, made in Italy, artigianalità italiana e autorità nel campo della moda.
Unica nel suo settore di riferimento, Gucci è in grado di rivendicare un posizionamento che bilancia perfettamente modernità e tradizione, innovazione e artigianalità, trendsetting e sofisticazione.

All’inizio del nuovo decennio, il marchio fiorentino ha presentato due importanti progetti, uniti dalla comune filosofia di rispetto e attenzione verso il prossimo, valori – questi – che da sempre fanno parte del DNA di Gucci e dei suoi dipendenti. Tali progetti sono un programma di iniziative eco-friendly per la progressiva riduzione dell’impatto delle attività dell’azienda sull’ambiente, e il lancio della prima collezione Gucci per bambini, che rafforza ulteriormente l’impegno del marchio per la qualità assoluta e il rigoroso made in Italy.

(letto su LA STORIA DI GUCCI -MUSEO GUCCI)

Gucci, un museo di tradizione ed esperienza
Affacciato su piazza della Signoria, nel trecentesco Palazzo di Mercanzia, è stato recentemente aperto il Gucci Museo, un luogo di bellezza e celebrazione del celebre marchio fiorentino. 

interno_museo_gucciLa storia di Gucci è cominciata 90 anni fa a Firenze, ed è diventata in tutto il modo un simbolo di gusto, stile, qualità. Il museo fiorentino è quindi un luogo dove si celebra un’esperienza di successo, si ammirano i modelli che hanno fatto la storia del marchio, si fa un’esperienza di stile. Non manca evidentemente, all’interno dello spazio espositivo, un Icon store dove acquistare gli oggetti più emblematici di Gucci, dal mocassino con il morsetto, al foulard Flora, alla borsa New Jackie.

Il Museo si sviluppa su tre piani, al piano terra si può trovare l’esposizione permanente con la grande sala Viaggio, dedicata alla valigeria e agli accessori, con articoli creati per il jet-set internazionale, che con il suo glamour ha contribuito al successo internazionale del marchio durante gli anni’50, ’60 e ’70. Il fondatore Guccio Gucci aveva infatti avuto un’esperienza lavorativa come portiere all’Hotel Savoy di Londra, e a quella si ispirò per creare le prime collezioni di valigeria.

Il mondo Gucci e le sue icone si possono ammirare al primo piano, qui si trovano Mondo Flora, l’intramontabile motivo che nel tempo è stato declinato in molteplici interpretazioni e stilizzazioni, la sala Borse, percorso di design ed eccellenza artigianale che ricorda i modelli storici, divenuti veri e propri oggetti di culto.

Il percorso del primo piano prosegue con Sera, sezione dedicata ai favolosi abiti da sera e con la sala Preziosi, dove sono esposte clutch uniche e oggetti di valore.

Il primo piano è anche spazio dedicato alle mostre e alle istallazioni di artisti contemporanei,  selezionate in collaborazione con la Fondazione Pinault.

L’esposizione permanente continua al secondo piano, con la Logomania, spazio che ripercorre l’evoluzione del monogramma della doppia G, tracciando una storia nella storia il cui protagonista è l’intramontabile segno grafico divenuto emblema del made in Italy. Infine, i temi Lifestyle e Sport completano il viaggio all’interno del museo, con un omaggio ai simboli e ai prodotti iconici del marchio ispirati ai mondi dello sport e del tempo libero.

letto su FIRENZE-TURISMO

 

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Capucci,re di un sogno


“La ricerca della regalità”

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L’abito Nove Gonne in taffetas scarlatto del 1956 nel concetto d’immagine di Stefano Canulli

Questo è il titolo della mostra dedicata a Roberto Capucci, allestita presso la Reggia di Venaria Reale (Torino) dove, dal 23 marzo 2013 ( prorogata fino al 2 febbraio 2014),potremo ammirare 50 abiti creati dal grande stilista. Un’ occasione in più per ammirare le sue opere attraverso un viaggio più intimo dell’artista ripercorreremo la sua vita,la sua moda, attraverso i suoi ricordi, le sue emozioni.Se ancora non avete avuto occasione di andare vi consiglio di farlo e di non perdere questa straordinaria occasione.

Per ulteriori dettagli e informazioni cliccate su:

Calendario mostre -Capucci:”La ricerca della regalità”

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Vi propongo la lettura dell’intervista rilasciata dall’artista pubblicata sul sito:RaiWebRadio8

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Roberto Capucci e Christian Dior

u1182660inp-811694_0x420“Quando Oriana Fallaci intervistò Dior, che era considerato all’epoca il più grande di tutti, lui le parlò di me. Io ero ancora alle prime armi. Dior disse: “In Italia avete un ragazzino prodigio e se capita a Parigi, che mi venga a trovare”. In quel periodo non andai a Parigi. Dior morì poco dopo, non lo conobbi mai. A Parigi mi trasferii negli anni Sessanta, vi restai sei anni. Poi, per questioni familiari, tornai in Italia. Ho un magnifico ricordo di quella città. Si respirava moda intensamente, imparai moltissimo, anche tecnicamente”.

 Gli anni 70

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Abito in georgette beige ideato da Roberto Capucci per la sfilata “Primavera/Estate 1979”, tenutasi a Palazzo Barberini a Roma 1979, foto di Claudia Primangeli, (Fondazione Roberto Capucci)

“Sono stati il periodo più critico per il mio lavoro. Tutto il mondo che mi circondava era finito: un mondo bello, leale. Alla ricerca e al fascino dell’Alta Moda era subentrato il prêt-à-porter. L’importante era la pubblicità sulle riviste, gli investimenti di chi faceva tessuti, scarpe, calze e imponeva i suoi prodotti, Questo limitava la libertà che avevo sempre avuto e che fa parte del mio carattere”.

 La sperimentazione con i colori e i tessuti

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“Lo scopo del mio lavoro è sempre stato quello della ricerca. Ottenere il massimo del tessuto, anche azzardando. La prima volta che sono stato invitato da un museo ho avuto la grande soddisfazione di veder giudicate le mie creazioni più delle opere d’arte che dei vestiti. Era quello che desideravo. Ci ho messo tanto, ho avuto tanta pazienza, mi sono tolto dal teatro della moda”. “Sono i musei che mi chiamano. Il primo è stato quello di Vienna, per una mostra durata cinque mesi. La sovrintendente aveva visto la mia mostra a Palazzo Strozzi a Firenze. Ne è rimasta incantata. E da lì hanno cominciato tutti gli altri musei. A Parigi, con me, in mostra c’erano Picasso, Braque, Giacometti”.

 Silvana Mangano

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“Aveva qualcosa di magnetico, di magico, di enigmatico e di inavvicinabile. Eravamo diventati amici ci davamo del tu, frequentavo la sua meravigliosa dimora. Era una donna spirituale, sopra le righe. Non faceva parte delle donne normali, delle attrici del cinema”.

 La bellezza dimenticata

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The-Queen-of-Sheba

” Non c’è al cinema, negli spettacoli, in tv, a teatro. Oggi si dissacra, pensando di fare del nuovo. Invece il nuovo si fa elaborando il vecchio. Il passato lo si ha dentro: è la nostra vita, fa parte di noi. Occhio al presente perché lo si vive, e anche al futuro che è immaginazione. La parte più affascinante è quello che non conosciamo ed è proprio lì che la fantasia si scatena”.

 Gli esordi

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Roberto Capucci fra tre modelle nel suo atelier di Roma

“Erano gli anni 50…Ho frequentato il liceo artistico e l’Accademia di belle arti. L’idea era quella di fare architettura e quindi scenografia. Poi ho avuto un incontro con una giornalista, che si occupava di alto artigianato, andava a scovare gli artigiani più impensabili. Allora ce ne erano tanti. Roma era piena. Su questi artigiani scriveva degli articoli, per lanciarli, per spronarli. Io avevo 19 anni e lei 70. Le feci vedere i miei disegni. Disegnavo sempre abiti. Mi divertiva, perché la mia famiglia era composta di tante donne: mia madre, mia zia, mia sorella. Ho sempre avuto questa tendenza alla bellezza, al colore, all’estetica. La giornalista vide questi miei disegni e li portò a Flora Volpini, una scrittrice di quel periodo. Fu lei a dirmi che dovevo aprire una sartoria, che mi avrebbe portato lei il personale, tra cui una tagliatrice bravissima, e le prime clienti. Mi convinse ed aprii una sartoria in via Sistina, di fronte al teatro. Ci sono stato tre anni. Lei mi portò Isa Miranda, Elisa Cegani e Doris Duranti”. “Negli anni Cinquanta stava emergendo la moda italiana, con il marchese Giorgini, a Firenze. Aveva un ufficio di esportazioni. Era rinomato per l’artigianato della paglia, della biancheria, dei ricami. Lui conosceva tutti i compratori americani più importanti. Gli venne in mente di dedicarsi alla moda italiana. Andò presso le varie sartorie (Antonelli, Simonetta, Fagiani, Schuberth, Carosa, Veneziani, Marucelli, Emilio Pucci) dicendo loro che avrebbe portato compratori americani, stampa e giornalisti, a patto che queste realizzassero delle collezioni personali, senza copiare Parigi”. “Il mio angelo custode, questa giornalista partì per Firenze con un pacco di miei disegni e andò da Giorgini. Quando li vide, ne fu entusiasta e venne a a Roma per conoscermi. Mi fece vestire la moglie e le figlie per il ballo di chiusura della manifestazione dedicata alla moda, dimostrando grande fiducia nei miei confronti. Poi mi disse di preparargli cinque tailleur, cinque cocktail, cinque sera, cinque spose, a mio piacimento perchè li avrebbe fatti sfilare all’improvviso nel parco della sua villa, illuminandoli. Voleva il silenzio su questa idea, perché doveva essere una sorpresa”.

“La mattina prima della sfilata, a Firenze, una mannequin incontrò casualmente lo stilista Schuberth al Grand Hotel e gli disse quello che avevo creato. Lui chiamò tutte le sartorie e mi proibirono la sfilata. Ero addolorato per la delusione. Giorgini mi disse di andare. La moglie e le figlie indossavano i miei vestiti e, come per tutte le cose proibite, quella sera ebbi intorno solo giornalisti e fotografi e diventai l’attrazione principale. In quel momento capii che nella vita il successo va lasciato dietro le spalle, non ci deve mai toccare. Bisogna andare avanti. Se c’è bene, se non c’è, bisogna lavorare”.

Pasolini

foto-2“Leggevo tutto di Pasolini, il personaggio mi affascinava e desideravo conoscerlo. Mi chiese se volessi vestire i protagonisti del suo film Teorema. Quando mi disse che si trattava di Silvana Mangano, ebbi una specie di paralisi. Poi mi disse che vi avrebbe preso parte Terence Stamp. Gli confessai che avevo sempre avuto il desiderio di conoscere lui e la Mangano.Mi rispose una cosa molto bella:

61vPXaQUPlL._SL1064_“Si ricordi che tutti i desideri, cullati nella nostra anima, prima o poi arrivano. Però senza dirli a nessuno, li deve solo cullare dentro di lei e sperare che arrivino… e prima o poi accade”. Ma aggiunse:

“Arrivano anche quelli più nefasti, quelli più pericolosi”. Con lui ebbi un rapporto bellissimo”.

Il Diario

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Roberto Capucci autografa il catalogo

“Tengo un diario personale della mia vita. Ogni giorno scrivo l’ora in cui mi alzo, prestissimo, e accanto scrivo anche come è il tempo. Per cui se lei volesse sapere che tempo c’era il 3 aprile del 1996. Poi descrivo la mia giornata, chi ho incontrato, con chi ho parlato”.

Roberto Capucci e i giovani

“Il mio scopo e quello della Fondazione Roberto Capucci è di aiutare i giovani, di promuovere le loro idee, la loro creatività, di fare formazione. Ho già partecipato a tante conferenze nelle scuole di costume. I giovani del mio team si occupano di attivare percorsi verso i giovani. Il loro lavoro è dedicato all’ordinamento e alla digitalizzazione dell’Archivio Storico, all’implementazione del marchio della Fondazione attraverso l’organizzazione delle mostre, e alla formazione con la realizzazione di seminari specifici di approfondimento su materie e tecniche che sono caratteristiche del nostro lavoro creativo”.

La biografia

ritratto-Capucci-Picture-051-494x494Roberto Capucci, nato a Roma nel 1930, è stato un enfant prodige della moda a cui è arrivato quasi per caso, dato che i suoi interessi primari erano la scenografia, il costume teatrale, l’architettura. Dopo aver frequentato il Liceo artistico, apre a soli vent’anni una Casa di moda per contro proprio. Nel 1951 presenta le sue creazioni a Palazzo Pitti di Firenze, ottenendo un successo immediato. Nel 1958 presenta la linea “a scatola” aggiudicandosi l’Oscar della moda. Diventa in breve famoso e apprezzato, tanto che lo stilista francese Christian Dior lo definisce in un’intervista a Vogue: “il miglior creatore della moda italiana”. Era infastidito dalla volgarità e dal cattivo gusto, cercando stimoli nella storia dell’arte. Certamente la formazione lo aiuta ad acquisire consapevolezza culturale. E’ affascinato dai primitivi italiani (Giotto, Pisanello, Beato Angelico, Benozzo Gozzoli, Paolo Uccello) e dai loro colori ora teneri ora squillanti, cui aggiunge ben presto tinte tenebrose. Fin dall’inizio si dimostra interessato alla sperimentazione sulle forme e le decorazioni: ogni abito, praticamente una scultura in tessuto, richiede almeno mille ore di lavorazione manuale, con cuciture praticamente invisibili e ricami eseguiti con materiali insoliti come pietruzze di fiume o piccole conchiglie. Innamorato fin dall’inizio della seta, ne approfondisce la conoscenza nell’Opificio Serico del marchese Pucci scoprendo l’ermesino, un antico tessuto lavorato su telaio a mano, che usa nella versione cangiante.

roberto_capucci1La ricerca delle possibilità che gli offriva la seta, da lui stesso definita “un tessuto nobile, duttile, che si piega a tutte le invenzioni” lo porta in seguito a fornirsi presso antiche manifatture come i Gammarelli, fornitori vaticani. Tuttora questo tessuto è protagonista delle sue collezioni nelle sue infinite varianti: dallo chiffon, al crêpe georgette, dal raso, al velluto, al taffetas; in ciò ha seguito la storia e la tradizione della moda italiana coi suoi infiniti e preziosi modelli, da quelli nobiliari ai paramenti sacri. Proprio con un abito serico tramato d’oro ha voluto qualche anno fa rendere solenne l’apertura della sua fondazione. Fa tingere le sue stoffe a Lione, riproducendo infinite sfumature di colore, fino 172 in un abito presentato all’expo di Lisbona del

tumblr_lzloigjNWM1qz5ffmIl successo strepitoso raccolto negli anni romani era contrario alla sua natura introversa. Era spaventato “dal contagio della volgarità, dal mal gusto imperante, dalla bruttezza”. Così “il piccolo Re di Roma” – come era stato battezzato dai giornali – decide di andarsene ed aprire nel 1962 un atelier a Parigi accompagnato solo dalla sorella Marcella. Voleva creare in solitudine, ispirandosi ai suoi viaggi, ai suoi studi sull’arte, alle osservazioni della natura. Nel 1968 torna definitivamente in Italia e nel 1970 realizza gli abiti di Silvana Mangano e Terence Stamp per il film “Teorema” di Pier Paolo Pasolini. Nel 1980 decide di allontanarsi dal mondo delle grandi istituzioni di moda, presentando una collezione di alta moda all’anno e sempre in una città diversa, esponendo le sue creazioni non come quelle di un grande sarto, ma di un vero e proprio artista, utilizzando come fondale antichi palazzi, musei, sale per concerti.

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Lo stilista-architetto con Maria Pia di Savoia

E’ proprio in questo periodo che comincia a introdurre il plissè piegato alle sue esigenze creative. Non si è mai dedicato al prêt à porter. Ormai era conosciuto anche in Oriente, dove viene chiamato per tenere lezioni sull’arte di creare all’Università di Pechino, di Shanghai e Xyan.Il suo percorso, che dura tuttora ininterrotto, gli ha portato onorificenze e riconoscimenti: i suoi abiti da cerimonia sono stati indossati da molte donne dell’alta società italiana ed europea: Gloria Swanson, Marilyn Monroe, Silvana Mangano. Resta famoso il modello realiozzato per Rita Levi Montalcini in occasione della cerimonia per il premio Nobel a lei conferito nel 1986.

imagetNell’ultimo trentennio della sua attività ha trovato ulteriori fonti d’ispirazione nel Rinascimento Italiano, di cui ha usato le ampie maniche, i sontuosi strascichi e i colori vivacissimi, nel Barocco di Velazquez e di Tiepolo, nell’abbigliamento e nelle armature orientali. Anche l’antica divisone del mondo fisico negli elementi fondamentali, Acqua, Terra, Aria, Fuoco, è stata per lui una spinta alla creazione di sempre nuove forme. L’atelier Capucci usa ago e filo, ma tratta la seta come metallo in infinite modulazioni ottenute con gli stampi da plissettatura. In tal modo crea forme a ventaglio, sfaccettate, incrostate, con giochi di luce e di ombra e moltissime variazioni cromatiche.

Lui stesso non ha mai eletto un “colore simbolo” che lo distinguesse come altri sarti, ma “usa il colore secondo una personale necessità”. Nello stesso tempo ha accostato tessuti preziosi come la seta a materiali inconsueti come paglia, ottone, plexiglas, cristalli di rocca, tubi di plastica, ciottoli di pietra.

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Rita Levi Montalcini riceve il premio Nobel in un abito di velluto disegnato per lei da Capucci

Le sue creazioni si presentano così come abiti a linee spezzate, a cubi, ad anello, a spirale, a fiori stilizzati, a grandi farfalle, con elementi asimmetrici, zampilli, grandi arricciature di seta, lunghe code. Meticolosissimo, per ogni sua presentazione prepara fino a 1200 bozzetti per poi selezionarne una parte. Non risparmia né in lavoro né in costi: quattro mesi per realizzare un abito che può richiedere fino ai 180 metri di tessuto. Non è interessato né alla vestibilità né alla portabilità, ma i suoi modelli sono scultura pura libera da esigenze materiali e temporali. Nel 1910 la sua ultima sfilata ha proposto stupefacenti abiti ispirati alla Cina, sia nei colori, sia nelle forme che ricordano, perfino nei fantastici cappelli, pagode e architetture tipiche. Ogni vestito aveva il nome degli splendidi paesaggi della Repubblica popolare cinese. Dal 2006 è stata istituita a Firenze la fondazione Roberto Capucci con la finalità di conservare e promuovere le opere del maestro e lanciare nuovi talenti. Le sue opere sono ospitate nei maggiori musei del mondo. (augusto.sciarra@rai.it)

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